Dott. Sergio Romano, Psicologia Psicoterapia, Psicodramma

Psicologia nell’Arte

Psicologia nell’Arte

Ago 24, 2011

TRASPORTATA NELL’INCANTO DE

 

IL GIARDINO DEI TAROCCHI

 

 

Capalbio (GR)

Niki de Saint Phalle

Di Nadia Tozzoli

  

  Mente e braccio di questa meraviglia è l’artista francese Niki de Saint Phalle.

Visitare il suo  parco significa immergersi in un mondo fatto di sogni, ricco di colori e animato da personaggi fantastici che ci ricordano luoghi cari all’infanzia, che ci fanno pensare a spazi onirici, ad  Alice e il suo meraviglioso mondo, a streghe e maghi venuti da lontano e in un tempo che sfugge alla memoria.

Allo spettatore, adulto o bambino che sia, viene garantita un’esperienza emozionante e stupefacente. Proprio il sentimento dello stupore ha accompagnato per intero la mia passeggiata nel giardino di fronte ogni scultura – installazione presente nel parco. E quando parlo di stupore non intendo solo “meraviglia” ma faccio riferimento a ciò che il termine indica in ambito psicologico e cioè “uno stato di sospensione delle funzioni fisiche e psichiche in seguito al quale il soggetto rimane assente da tutto ciò che lo circonda, estraniato dagli stimoli abituali e dalla percezione rassicurante del contesto della realtà”[1].

 Lo spaesamento e la sospensione temporale si avvertono immediatamente varcando la soglia d’ingresso; a dividere il paesaggio maremmano dal parco è una struttura muraria realizzata in tufo dall’architetto Mario Botta e che funge da vera e propria cerniera tra  il mondo reale e il mondo fantastico che attende di essere scoperto.

Ma prima di essere totalmente trascinato in questa magia, lo spettatore è accolto dalle parole dell’ artista stessa che gli dà il benvenuto parlandogli in maniera diretta attraverso frasi scritte in corsivo su una parete di mattonelle, come fosse una pagina strappata da un diario personale. Ed è qui che Niki rivela il suo rapporto e sentimento di devozione verso l’opera del maestro catalano Antoni Gaudì e soprattutto verso il suo Parco Guell  di Barcellona. E’ da questo incontro  che Niki matura il suo ambizioso progetto di realizzare ciò che lei stessa ha definito  un “giardino della gioia”.

Il Giardino prende forma lentamente, in un arco temporale assai vasto, che va dalla fine degli anni ’70 sino al 2002 anno in cui l’artista muore (anche se verrà aperto al pubblico già nel 1997).

In biglietteria viene consegnata una piccola mappa per orientarsi all’interno dello spazio che è stampata direttamente sul biglietto d’ingresso ma in realtà non so quanti visitatori decidano di utilizzarla. Più affascinante è lasciarsi andare e perdersi tra i colori e riflessi luminosi che sorprendono e catturano l’attenzione durante il percorso.

Con curiosità infantile, piena di entusiasmo e disposta a lasciarmi stupire da ogni dettaglio mi sono incamminata verso l’incontro con questi personaggi totemici che sembrano essere  in attesa di essere ammirati e contemplati. L’impatto visivo è forte: le installazioni attraggono e non solo per forma e dimensioni, ma anche per i giochi luminosi che propagano. Ogni figura è costruita applicando sulla struttura, realizzata mediante una rete metallica e cemento, mosaici realizzati con frammenti di vetri, piastrelle colorate e altri piccoli elementi in ceramica che determinano una visione caleidoscopica dell’insieme.  La scelta del mosaico come tecnica d’esecuzione rimanda ad un’arte mistica e religiosa come lo era quella bizantina, dove le icone religiose venivano realizzate proprio attraverso questa tecnica che allora, come ora a Capalbio, consente giochi luminosi che rimandano ad una visione spirituale e trascendentale.

Nel parco, Niki de Saint Phalle, lascia lo spettatore libero di farsi un’idea sui personaggi da lei creati infatti non vi sono didascalie e presentazioni, ma a fine visita scopro nel catalogo in vendita al bookshop che l’artista ha voluto narrare allo spettatore una piccola storia relativa a ciascuno dei suoi affezionati personaggi.

[1] M.Dallari, F. Francucci “L’esperienza pedagogica dell’arte”,  La Nuova Italia Editrice, 1998

La passeggiata nel giardino delle meraviglie non consente solo questo appagamento sensoriale, ma anche un approccio più meditativo e riflessivo. Lungo il percorso si trovano panchine dove il visitatore può riposarsi e concentrare la propria attenzione su brevi testi poetici e parole con cui l’artista firma ogni angolo del parco: scritte incise nel cemento delle scale e scritte in corsivo sulle piastrelle.

 

 

 

 

 Ognuno coglie nella visita frasi e parole differenti, perché vasto è il catalogo di elementi  a cui poter attingere. In ogni angolo c’è un pensiero, una parola, un disegno che accompagna lo spettatore nella sua passeggiata; è un messaggio lasciato lì come per caso, su una parete o inciso nel cemento dei gradini, che chiama lo spettatore, lo coinvolge e lo rende partecipe delle varie emozioni e stati d’animo che hanno abitato il luogo e a cui lo spettatore risponde lasciando a sua volta un pezzo della propria storia personale, attraverso il suo passaggio e la fruizione del luogo.

 

Uscendo dal parco, rientrando nel mondo reale, mi rendo conto che dopo essermi riempita gli occhi di bellezza, di colori, di forme armoniose, tondeggianti, dolci e protettive e dopo essermi nutrita di pensieri, riflessioni sulla vita, sull’arte, sulla poesia, ciò che ha il sopravvento è la scossa emotiva che mi provoca il pensiero degli intenti di questa straordinaria artista.

 

Ho immaginato una Niki, un po’ tormentata, fragile ma  lucida, che lavora con una volontà totale, o come dice essa stessa, con fede, alla creazione del progetto della sua vita, e cioè quello di creare un piccolo angolo di Paradiso.

 E lo fa pensando a tutto e soprattutto a tutti.

Mi emoziona il suo tentativo di coinvolgere tantissime altre persone, di condividere ogni tappa di questo magico percorso. E allora pensa a Tinguely, suo ex marito e amante di una vita, a cui chiede il suo rassicurante contributo in quanto artista geniale ed esperto pronto a risolvere problemi strutturali e costruttivi. E poi chiama gli altri, le persone che la circondano con il loro affetto nel piccolo paese maremmano, dal postino Ugo che per primo sperimenterà la posa degli specchi sulle sculture, alla ceramista Venera Finocchiaro con cui Niki elabora varie tecniche ceramiche. 

A lavoro ultimato l’artista volge il pensiero a coloro che manterranno in vita il suo progetto ossia gli spettatori. E proprio per loro, affinché possano fruire nel migliore dei modi di questo capolavoro,  lascia una sorta di testamento in cui detta alcune regole, come tempi di apertura e chiusura, divieti di visite guidate, di laboratori didattici, in modo che il suo visitatore possa sentirsi libero di perdersi nelle magia e che trovi il parco sempre in perfetto stato di conservazione.

E mi emoziona pensare a questo groviglio di vite, relazioni, rapporti, sentimenti, nutriti da questo progetto le cui emozioni e sentimenti si respirano ancora e si mescolano con quelli dei visitatori che ogni giorno compiono il loro pellegrinaggio nel Giardino delle Meraviglie.