Dott. Sergio Romano, Psicologia Psicoterapia, Psicodramma

Metodologia e contesto del lavoro di Renè Spitz

Metodologia e contesto del lavoro di Renè Spitz

 

  

 

Di Sergio Romano

Spesso Spitz nelle sue pubblicazioni, tocca argomenti piuttosto controversi in ambito psicoanalitico, assumendo precise posizioni a riguardo. Egli sostiene l’uso dell’osservazione diretta per lo studio del bambino nel suo primo anno di vita, combinato con metodi della psicoanalisi sperimentale. Ciò contrasta con un metodo tradizionale di studio dei processi di sviluppo, che fa uso di una sorta di metodo ricostruttivo di tali processi osservando gli stadi successivi. Quando, ad esempio, scrive il primo anno di vita, egli si oppone alla diffusa opinione degli psicoanalisti tradizionali, che attribuiscono al neonato una vita mentale complessa, gia caratterizzata da conflitti, fantasie, sensi di colpa etc. Per lui,  il bambino è in  uno stato iniziale indifferenziato, da cui si sviluppano le prime funzioni, si distinguono le prime pulsioni, tutto ciò costruito sugli esistenti prototipi fisiologici sottostanti. Le sue ricerche psicoanalitiche sulla psiche infantile mediante l’osservazione diretta, iniziano nel 1935; a quell’epoca è una figura isolata sotto questo aspetto. Ci vorranno almeno 10 anni perché altri comincino ad orientarsi in tal senso. In compenso furono molte le pubblicazioni più classiche sull’argomento. Quando nel 1954 uscì la prima succinta versione in Francia del libro il primo anno di vita, si andavano delineando i primi interessi scientifici che poi lo influenzarono negli anni successivi, quale ad esempio la teoria della comunicazione. Il primo anno di vita è chiaramente basato sulle idee freudiane, con particolare riferimento a Tre saggi sulla sessualità, è Spitz stesso a riconoscerlo; egli aggiunge inoltre: “…Il genio di Freud, ha concepito una serie di idee geniali che le varie generazioni dei suoi discepoli cercano ora di avvalorare e di sviluppare. E’ con profonda soddisfazione che io colgo l’opportunità di partecipare a questo sforzo comune applicando il metodo dell’osservazione diretta al lavoro del mio maestro Sigmund Freud(Denver, 10-63).

 

Credo appaia evidente a qualunque lettore che in tali parole è racchiuso ben più di una semplice precisazione o di un ringraziamento. Approfondendo i lavori di Spitz, ci si rende conto di come tutti siano permeati delle idee di Freud, da concetti strettamente psicoanalitici. Ma emerge altrettanto chiaramente e non saprei dire quanto ciò sia consapevolmente riconosciuto dall’autore stesso, una profonda originalità nei suoi lavori. Se Freud fu in grado di concettualizzare praticamente tutto ciò sul quale Spitz ha lavorato, possiamo tranquillamente dire che Spitz lo ha messo in pratica nell’ambito della ricerca, della psicologia sperimentale.

Pur di origine viennese, egli appartiene culturalmente a quella scuola ungherese che non portò particolare fortuna (considerando come si dimenticò lui) neanche a Sándor Ferenczi.                 “Possiamo dire che Freud inventò la Psicoanalisi e Ferenczi la incarnò” (Borgogno, 1999). Così come Ferenczi la mise in pratica in ambito terapeutico, Spitz fece altrettanto in ambito sperimentale. Sempre osservando i suoi lavori, si percepisce una “devozione adulta” nei confronti del Maestro: intendo dire che è troppo facile fare critiche all’imponente opera freudiana; in fondo, ipersemplificando, possiamo dire che si tratta pur sempre di ipotesi, se pur suffragate da innumerevoli e spesso anche convincenti dimostrazioni teoriche. Più difficile è criticare proponendo alternative suffragate da prove sperimentali. Questo è ciò che ha fatto Spitz, quando parallelamente alla sua indubbia devozione verso le idee del Maestro, confuta con umiltà e altrettanto rigore scientifico, taluni assunti psicoanalitici. Si potrebbe dire che il suo modo di obiettare o confutare teorie, è un “modo adulto” di procedere. Intendo dire che mai traspare nelle sue conclusioni, un tono di sfida, di provocazione, come spesso si percepisce leggendo altri autori. Egli non sente mai la necessità di dare vita a contrasti o critiche fini a se stesse, con l’intento, spesso percepibile leggendo altri autori, anche odierni, di rompere, di osare “di sfidare maldestramente gli dei”, rozzi tentativi di individuazione. Renè è un adulto “pienamente individuato”, è sempre soggetto, anche quando dichiara di ispirarsi in tutto e per tutto al suo maestro; egli non sfida, semplicemente si differenzia e lo fa sopratutto quando parla del neonato come di un individuo indifferenziato, partendo proprio da lì non per dar luogo a mere speculazioni teoriche, ma per, pioniere nel suo campo, toccare con mano ciò che il maestro aveva detto. Si definirà sempre un fedele discepolo di Freud, ma benché nel suo lavoro rimanga pressoché costante l’attenzione alle componenti dinamiche dello psichico, ignora la dimensione topica e quella economica. L’impianto pulsionale scompare sostituito dalla prospettiva evolutiva dell’Io e del suo reciproco, l’oggetto.

E’ altrettanto evidente che ciò richiedeva una buona dose di coraggio, non potendo sapere a priori cosa sarebbe emerso da tali osservazioni: smentite o conferme?

Freud probabilmente prese in considerazione dettagliatamente la relazione madre-bambino, oggetto e soggetto, quando nel 1905, nei Tre saggi sulla sessualità, introdusse il concetto di scelta oggettuale. Successivamente quando parlerà di oggetto libidico, lo farà essenzialmente dal punto di vista del soggetto. Parlerà di catessi dell’oggetto, di scelta oggettuale, della scoperta dell’oggetto e raramente di relazioni oggettuali.  Per Spitz, la differenziazione del neonato inizia come risultato di due processi. La maturazione, intesa come svolgimento di funzioni della specie sviluppate filogeneticamente e quindi innate, che emergono nello sviluppo embriologico o sono portate avanti dopo la nascita come Anlage, divenendo manifeste in stadi posteriori della vita; lo sviluppo, come l’emergere di forme, funzioni e modi di comportamento risultanti dall’interazione fra organismo da una parte ed ambiente interno ed esterno dall’altra. Il termine crescita invece, non sarà utilizzato, poiché riteneva che potesse dare origine a confusioni. Quindi per Spitz alla nascita l’Io e con esso il simbolismo, il pensiero simbolico etc., non esistono, almeno nella concezione che ne abbiamo. Freud lo affermò in l’Io e l’Es (1923). Possiamo trovare solo traccia di prototipi più fisiologici di psicologici di qualche meccanismo di difesa. Su questi si baserà l’intera struttura di natura psichica. Spitz, definisce corredo congenito ciò di cui è munito il neonato, composto da un corredo ereditario costituito da geni, cromosomi, etc, al quale si aggiungono le influenze ricevute durante la gravidanza, più quelle che si attivano durante il parto. Quando un bambino nasce, in pratica assistiamo ad un passaggio dal fisiologico allo psicologico. Approfondendo il tema delle relazioni oggettuali, è opportuno sottolineare cosa intende la psicoanalisi per oggetto libidico; per farlo possiamo usare la seguente definizione di Freud: “L’oggetto di un istinto (pulsione istintuale), è quella cosa rispetto a cui o attraverso cui, l’istinto è in grado di raggiungere la sua meta. E’ quanto c’è di più variabile rispetto all’istinto e non è originariamente connesso con esso, ma viene assegnato ad esso solo perché è particolarmente adatto per rendere possibile la soddisfazione. L’oggetto non è necessariamente qualcosa di estraneo, può anche fare parte del corpo del soggetto. Può essere cambiato innumerevoli volte nel corso delle vicissitudini subite dall’istinto durante la sua esistenza; questi spostamenti dell’istinto hanno funzioni importantissime. Può avvenire che lo stesso oggetto serva per la soddisfazione di parecchi istinti simultaneamente”… (1915).

Ciò ci indica che l’oggetto libidico non è qualcosa di definito a priori o di statico: non solo esso potrà cambiare nel corso della nostra esistenza, ma è opportuno che lo faccia. Solo così, questo processo potrà seguire quelli che sono i processi maturazionali che consentono al “piccolo essere in divenire”, di passare attraverso tutti gli stadi dello sviluppo. Se ciò non si verificasse, saremmo in presenza di frustrazioni, o comunque di stasi pericolose che possono creare problemi al fluire dello sviluppo. E’ chiaro quindi, che la differenza con il concetto di oggetto propriamente detto, classico della psicoanalisi accademica, è quella di oggetto libidico. Quando Spitz parla di relazioni oggettuali, si riferisce ad una relazione che coinvolge un soggetto, nel nostro caso un neonato, ed un oggetto, cioè la madre. Tali relazioni si sviluppano nel corso del primo anno, poiché, come abbiamo già detto, alla nascita si assume che nel bambino non siano presenti funzioni psichiche. Alla fine del primo anno, si stabilirà l’oggetto libidico vero e proprio, passando attraverso uno stadio che viene definito “senza oggetto”, seguito da uno stadio del “precursore dell’oggetto ed infine “dell’oggetto”. Quello che Spitz chiama stadio senza oggetto o della non differenziazione, è paragonabile a quello del  “narcisismo primario”. Egli assume che il neonato non sia in grado di distinguere le cose, l’esterno dall’interno; a questo stadio, il seno materno gli appartiene, è parte di lui. Questi aspetti psichici sono in linea con una scarsa differenziazione psicologica, tipica del neonato. Il neonato sarebbe protetto dal bombardamento di stimoli proveniente dall’ambiente, mediante una soglia percettiva molto elevata, che durerebbe per alcuni mesi per poi gradualmente abbassarsi, per permettere ad un apparato psico-fisico più adeguato di  interagire pienamente con il mondo. Fino ad allora ogni stimolo è mediato dall’apparato propriocettivo-enterocettivo; egli riconosce che già durante la vita intrauterina, il neonato  percepisce alcuni stimoli (soprasogliari), ma non accetta che il neonato possa provare dispiacere.

Qui prende le distanze da Rank (1934), dal considerare il trauma della nascita come  prototipo di tutte le successive angosce, pensando, come Freud, che tale trauma non lascia ricordo, poiché in quel periodo non c’è contenuto psichico (Freud, 1826). Per provare ciò, Spitz realizzò, come di consueto, alcuni filmati e precisamente seguì 35 parti senza anestesia; ne filmò 29 durante l’espulsione e subito dopo: da queste osservazioni dedusse che non si poteva definire traumatica la reazione del neonato alla nascita. Considerando che essa dura pochi secondi e non è violenta: dopo il neonato  passa ad una condizione di quiete totale, difficilmente immaginabile dopo un trauma vero e proprio.

 Per Spitz  siamo di fronte a manifestazioni (compreso il parto) che hanno le loro determinanti in ragioni sopratutto meccaniche (difficoltà di respirazione..), o per delle sollecitazioni (schiaffetti) manuali per farli iniziare a respirare. Durante i primissimi giorni di vita tutto ciò che si può osservare che potrebbe somigliare ad un’emozione è uno stato  di eccitamento che pare avere una connotazione negativa di dispiacere. Il bambino inizierà a percepire il mondo e a formarsi un’idea di esso, soprattutto grazie (oltre che allo sviluppo degli organi percettivi) ad un fattore determinante: la reciprocità tra lui e la madre, quello che  definì appunto “ Il dialogo” (Spitz, 1963).

Lo definisce come “il ciclo azione-reazione-azione, all’interno della struttura delle relazioni madre-figlio”. Quindi, quando egli dice che il neonato non percepisce, intende dire che “ non possiamo parlare di percezione finché gli stimoli che  colpiscono il suo sistema  sensoriale e che vengono organizzati tramite un processo centralizzato non sono resi significativi dall’esperienza.” (Spitz, 1965). In questo periodo comunque il bambino ha una serie di manifestazioni con carattere di risposte-azioni. Pare che siano innate, così come lo sono i comportamenti connessi con il “Rooting”. Tali comportamenti, sono l’insieme dei movimenti di orientamento effettuati dal neonato durante la fase di avvicinamento/ricerca del capezzolo (inclusi i movimenti delle mani, braccia, gambe), che proseguono poi con l’afferrare ed il succhiare il medesimo, e poi con l’inghiottire.

 

Quicquid est in intellectu praesse debere in sensu” (da una lettera di Gassendi a Cartesio).

Secondo Spitz, il neonato percepisce gli stimoli che attivano tale comportamento per mezzo di un sistema sensoriale diverso da quello tradizionale, che si attiverà successivamente. Egli chiama questo sistema “organizzazione cinestetica”, cioè una percezione “viscerale”, estensiva che si manifesta in forma di emozioni. Definisce poi questa forma di percezione  “ricezione on-off”. Ipotizza anche  l’esistenza di organi sensoriali che definisce “transizionali”, una sorta di interfaccia tra quelli periferici e quelli viscerali, cioè tra interno/esterno. Indica uno di questi organi nella zona della regione orale, (faringe, palato, lingua, interno guance, labbra, naso, esterno guance) in prativa il viso. Un altro sarebbe rappresentato dall’orecchio interno. Questi organi sono tutti coinvolti nel processo di ingestione del cibo, cioè hanno una funzione anaclitica (Freud). Saranno poi il ponte tra la ricezione cinestetica e quella diacritica. L’esperienza comincia a modificare il comportamento (o per essere più precisi, cominciamo a vederne gli effetti) alla fine della prima settimana di vita, infatti, in quel momento il bambino comincia a rispondere ai condizionamenti. Il primo che osserviamo è relativo al cambiamento d’equilibrio. Prendendo in braccio il neonato come se si dovesse allattare, (orizzontale) egli volta la testa verso il nostro petto. Se lo solleviamo in verticale, ciò non avviene (nei balinesi, avviene il contrario, per via dei diversi stili di allattamento, a dimostrazione del fatto che tale comportamento è culturalmente determinato). Studi condotti da Rubnow e Frankl, dimostrano che il neonato fino al secondo mese non distingue lo stimolo come tale, cioè latte o tettarella o seno; riconosce il capezzolo quando questo è nella sua bocca. Quindi egli riconosce lo stimolo del cibo solo quando è affamato. Se sta piangendo, il capezzolo non lo riconosce, continua a piangere. Il capezzolo in bocca è condizione necessaria ma non sufficiente perché egli lo percepisca, come si evince dal fatto che se il bambino è impegnato propriocettivamente in un’esperienza di dispiacere, non percepisce il capezzolo. Quindi serve che sia affamato e che il sistema propriocettivo non sia impegnato. Ciò illustra in pratica il “principio del Nirvana”: sorge il dispiacere e la tensione deve essere scaricata; mentre è in atto questo processo, la percezione esterna è “disattivata”. Dopo alcune settimane di vita, quest’incapacità percettiva cessa; il neonato inizia (2° mese) a percepire in un modo diverso; se ci avviciniamo a lui quando è affamato egli si quieta, apre la bocca e succhia. Qui siamo ancora (2° mese) in uno stadio in cui la percezione dell’ambiente si basa su di una tensione conseguente ad una pulsione non gratificata. Poi, due o tre settimane dopo, il neonato comincerà e seguire con lo sguardo un volto umano. Probabilmente il volto umano è lo stimolo visivo che egli associa più facilmente alla gratificazione dei suoi bisogni, poiché compare ogni volta che per una qualsiasi necessità l’adulto gli si avvicina. Osservando il bambino durante l’allattamento al seno, potremo notare che egli tiene gli occhi fissi non su quest’ultimo come potremmo immaginare, ma sul volto della madre. Se allevato con il biberon, ciò è molto meno evidente. Viene da chiedersi discutendo di percezione del neonato, cosa essa significhi realmente, se percepisce e che cosa. Anche Spitz, a dispetto di qualche critica che lo vorrebbe un po’ precipitoso nel trarre conclusioni, si pose la stessa domanda e per dare una risposta portò un interessante esempio. Si tratta di un lavoro di Von Sander (1932) effettuato su individui nati ciechi che poi grazie ad un intervento chirurgico hanno riacquistato la vista. Una di queste pazienti dichiarerà che appena poté usare i propri occhi, “vedeva”, ma non distingueva nulla, solo diversi tipi di luce senza nemmeno riuscire a discriminare che questi stimoli provenivano dai suoi occhi; capì ciò solo chiudendo e aprendo gli occhi e potendo così capire che era da lì che arrivavano gli stimoli. Ciò sembrerebbe suffragare l’assunto per cui la percezione nel bambino all’inizio è assolutamente indifferenziata e che quindi la percezione, come la intendiamo noi è appresa. Un altro paziente, sempre riferendoci all’esperienza precedente, scrisse come non fosse in grado una volta riacquistata la vista, di distinguere alcunché. Le parole usate dal chirurgo in quel frangente sono molto eloquenti: “Essi vedono i colori come si annusa un odore di vernice che avvolge o disturba, ma senza occupare nessuna forma specifica d’estensione in modo più definibile esattamente”. L’osservazione diretta dei bambini sembra confermare che la percezione visiva avviene mediante l’apprendimento. Spitz, assumendo un punto di vista etologico, fa notare che essendo l’uomo un animale altriciale nidicolo, completamente inerme alla nascita, non necessita di discriminazione visiva all’inizio, come invece avviene nel caso di un pulcino, ad esempio. Il pulcino è in grado di discriminare forme e dimensioni immediatamente dopo la nascita. Infatti, esso è un animale cosiddetto precociale nidifugo, va da sé che quindi questa capacità ha indubbio valore di sopravvivenza. Fantz, trovò che anche i neonati sembrerebbero in grado di percepire delle forme, quindi occorre chiarire quale fosse per Spitz il significato della parola vedere.

Egli intendeva riferirsi ad un atto percettivo che implica un processo di appercezione, senza il quale non possiamo parlare di vedere. Ciò è diverso da quello che negli esperimenti etologici di Fanz s’intendeva per vedere; lì non entrava in gioco il processo di appercezione. In altre parole, possiamo affermare che il neonato vede ma non è in grado, come conseguenza, di attivare processi mentali. Inoltre in questi esperimenti etologici, il ruolo delle emozioni in relazione all’apprendimento è completamente ignorato, mentre per Spitz esse sono il maggior incentivo all’apprendimento.

Si pose a questo punto la seguente domanda: dove comincia allora realmente la percezione?

Proviamo a vedere quali sono le tendenze odierne a tale proposito.

Negli anni sessanta, furono introdotte due nuove tecniche d’indagine sulla percezione: quella della preferenza visiva e quella della abituazione. La prima consiste nel presentare due stimoli e nel verificare quanto tempo il neonato dedica ad ognuno di loro; i risultati dimostrano che esistono preferenze innate per alcune categorie di configurazioni. Ad esempio il neonato preferisce seguire gli stimoli in movimento rispetto ad oggetti statici (Slater, Morison, Town e Rose, 1985); immagini curvilinee piuttosto che rettilinee (Fanz e Miranda, 1975); figure ad alto contrasto piuttosto che a basso contrasto (Morison e Slater, 1985); stimoli che rappresentano il volto umano rispetto a stimoli che non lo rappresentano (Valenza, Simion, Macchi Cassia e Umiltà, 1996). Questi esperimenti, dimostrarono che il bambino dispone di un discreto bagaglio di abilità innate che hanno probabilmente un importante significato adattivo e che lo rendono capace di rispondere in modo ancora rudimentale ma differenziato, agli eventi che accadono attorno a lui.

A riguardo, due diverse visioni teoriche si sono a lungo contrapposte: la prima fa riferimento alla teoria della Gestalt, la seconda alle teorie di stampo costruttivista. Per la scuola della Gestalt, i principi che governano l’organizzazione delle configurazioni percettive sono universali e innati. Le teorie costruttiviste, al contrario, ritengono che l’esperienza giochi un

ruolo fondamentale nello sviluppo delle capacità di strutturare l’informazione visiva e che questa abilità si evolve gradualmente nel tempo a partire da un’analisi dei dettagli dello stimolo.

Alcuni studi effettuati su bambini di tre/quattro mesi, in linea con l’approccio della Gestalt, sembrano dimostrare che già a questa età è possibile individuare alcune modalità di organizzazione dei percetti visivi simili a quelle che operano nell’adulto. I dati documentano che bambini di pochi mesi di vita, sono in grado di imporre una struttura agli stimoli visivi, cogliendo la relazione che lega tra loro le parti della configurazione (Berthental, Campos e Haith, 1980; Ghim, 1990). Quindi possiamo dire che alcuni principi gestaltici, agiscono anche nella prima infanzia. Resta da determinare se questa abilità è già presente fin dalla nascita.

Secondo “il modello sensoriale” (Banks e Ginzburg, 1985), il neonato alla nascita, agirebbe seguendo una “spinta” che potrebbe suonare così: “Guarda ciò che vedi meglio”. Quindi il neonato dirigerebbe lo sguardo verso quegli stimoli che si adattano meglio al suo sistema visivo.

I dati mostrano una preferenza verso il volto umano: questo modello ipotizza che lo stimolo-volto, risponda perfettamente a quelle caratteristiche sensoriali che meglio vengono individuate dal sistema visivo del neonato (Kleiner, 1987). Altre ricerche più recenti suggeriscono invece che anche nel neonato esistono capacità di imporre un’organizzazione agli elementi che costituiscono uno stimolo visivo.

A questo proposito, è di grande interesse per questo lavoro evidenziare una ricerca di Antell, Caron e Myers (1985), che dimostra che già alla nascita il bambino è in grado di cogliere la relazione che lega due punti neri inclusi in un cerchio. Ciò indicherebbe che il neonato non solo è in grado di elaborare i dettagli di uno stimolo, ma che può anche cogliere la relazione che li lega, cioè la loro disposizione spaziale. Altri esperimenti eseguiti di recente presso il laboratorio di Neuropsicologia dello Sviluppo di Padova, dimostrano che un neonato guarda più a lungo uno stimolo in cui tre quadrati neri all’interno di una sagoma ovale sono disposti in modo tale da rappresentare gli occhi e la bocca di un volto, piuttosto che se vengono ruotati di 180°. Tra questi due stimoli ciò che cambia è unicamente la disposizione spaziale, dimostrando così che il neonato è in grado di cogliere le proprietà strutturali. Ponendo nel campo visivo del neonato oltre allo stimolo-volto anche un altro stimolo attraente, cioè con opportune caratteristiche di contrasto adatte al sistema visivo del piccolo, essi fissavano comunque più a lungo lo stimolo-volto. Ciò implica che dobbiamo riconoscere che il neonato alla nascita ha la capacità di costruire una struttura percettiva a partire dalla disposizione spaziale di tre elementi isolati. Altri studi (Slater e Sykes, 1977), (Farroni, Valenza, Simion e Umiltà, 2000), confermano queste ipotesi.

Alla luce di tali dati, sembra proprio che fin dalla nascita siano attive alcune modalità di organizzazione percettiva della realtà. Il fatto che il neonato scelga tra due stimoli, sta inoltre ad indicare che le informazioni sulla struttura del percetto prevalgono su quelle sensoriali.

Queste conclusioni sono in linea con quelle teorie dello sviluppo che considerano il bambino un organismo competente fin dalla nascita, dotato di predisposizioni innate.

Spitz, sostiene che esista alla nascita una barriera dello stimolo, come protezione contro gli stimoli e che il bambino risponde solo alle stimolazioni interocettive, tuttavia ipotizza l’esistenza di una zona percettiva con attività specifica presente fin dalla nascita. Tale zona sarebbe rappresentata dalla bocca e dalla cavità orale in genere. Infatti, stimolando esternamente la bocca di un neonato, provochiamo un “comportamento specifico”: il bambino ruota la testa verso lo stimolo e schiocca la bocca. Se allattato al seno, egli prenderà il capezzolo in bocca (Rooting). Tale riflesso, più quello del succhiare, è l’unico riflesso diretto del neonato alla nascita (incluso il succhiare il dito). Per Spitz quindi, la cavità orale funge da ponte tra la ricezione interna e la percezione esterna. Ovviamente stiamo ancora parlando di percezioni di contatto, molto diverse da quelle a distanza (individuative), passaggio di estrema importanza per lo sviluppo, in quanto tale spostamento è mediato dallo sviluppo delle relazioni oggettuali. Quando il bambino prende il latte al seno, vede il volto della madre, sente il capezzolo in bocca: c’è qui una fusione delle due forme di percezione, che divengono un’unica esperienza. E’ a questo punto che, secondo Spitz, il neonato comincia a capire che la percezione a distanza, offre più vantaggi; essa, infatti, permane anche quando il contatto è momentaneamente interrotto. Qui egli vede i prodromi della costanza dell’oggetto. Da queste considerazioni avranno origine certi esperimenti che Spitz condurrà grazie ad alcuni collaboratori (R.Emde, P. Polak, 1954) sulla percezione della tridimensionalità. Questi esperimenti e questi studi, porteranno Spitz ad introdurre una “leggera modifica”, come lui stesso definì, ad alcune asserzioni psicoanalitiche. Egli concluse che il seno è sì il primo oggetto di percezione, ma non visiva, bensì di contatto, poiché il neonato non è capace di percezione a distanza. L’esperienza percettiva del neonato è dunque unitaria e di natura consumatoria; gratifica dei bisogni, riduce la tensione. Inoltre è un’esperienza iterativa, infatti, si ripete ad ogni pasto, quindi circa cinque volte al giorno, almeno nel primo anno. Tale esperienza possiamo ipotizzare che lascerà qualche traccia nella sua mente, qualche forma di registrazione psichica, depositata nella forma di una configurazione con qualità “Gestalt”.