Dott. Sergio Romano, Psicologia Psicoterapia, Psicodramma

Un gruppo fiaba con bambini: descrizione delle fasi di lavoro

Un gruppo fiaba con bambini: descrizione delle fasi di lavoro

di Sergio Romano

Fasi del gruppo

L’attività del gruppo in oggetto è scandita temporalmente nel seguente modo:

Dopo l’ingresso dei partecipanti:

1.    Rito di ingresso

2.    Racconto di una fiaba

3.    Drammatizzazione della fiaba

4.    Disegno

5.    Rito di uscita

 

Vediamo nel dettaglio i singoli passaggi.

 

Rito di ingresso

 

E’ stato scelto come rito di ingresso il salto nell’isola che non c’è.

I bambini a turno salgono su di una piccola scaletta in legno a tre gradini e si soffermano alcuni secondi sul gradino più in alto prima di saltare nell’isola, costituita da un materassino che consente un vero e proprio “salto nel vuoto”, con atterraggio morbido. Il conduttore a questo punto, chiede al bambino quale personaggio vuole diventare.

Viene offerta così la possibilità di essere, almeno per tutta la seduta, il personaggio che ognuno sente che lo può maggiormente rappresentare in quel momento.

I personaggi che vengono scelti, in particolare durante i primi incontri, tendono ad essere dei super eroi (Spiderman, Hulk, Il Sommo Luminescente, Dragonball, l’uomo ragno e compagnia bella). Ciò mette in evidenza l’esigenza da parte dei bambini di proteggersi, di trasformarsi in un supereroe che non ha paura di nulla, dotato di super poteri, in grado non solo di proteggerlo ma anche di essere il portatore di una capacità trasformativa. Quanto più è angosciato, quanto più il personaggio scelto è potente. Ma non sempre. A volte il sentimento di annichilimento/svilimento è tale  e tanto che il bambino non può cogliere questa occasione di riscatto, seppure simbolica e resta ancorato ad  una realtà generalmente molto avvilente, come nel caso di Mattia o di Diego.

In generale possiamo dire che ogni bambino tende a diventare ciò che può, o deve, essere in quel dato momento. Pertanto un cambiamento di personaggio ovvero il tenace mantenimento della scelta del personaggio può essere letto come indicatore del suo modo di stare al mondo.

Ia sequenza cerimoniale che viene eseguita, accompagna il passaggio da una situazione (la realtà sociale esterna) ad un’altra (il setting di gruppo).

Senza addentrarci in lunghe e complesse definizioni di rito, ciò che qui mi preme sottolineare è il carattere di ripetitività e prevedibilità, come evidenziato da Bellia(danzare le origini) che il con il rito di ingresso, così come con le altre attività, implicitamente si viene a determinare.

Nella ripetizione e nella ripetitività delle azioni che caratterizzano gli incontri del gruppo, sta appunto la possibilità di creare un ritmo, il quale diviene un fattore di “regolarità e di significato”; “Il  ritmo trasforma il caos in evento” (Herns Duplan).

Le vite dei bambini che partecipano ai nostri gruppi infatti sono spesso caratterizzate da un notevole grado di imprevedibilità e d’assenza di ritmi, nonchè da frequenti tradimenti delle aspettative ovvero da codici rituali eccessivamente rigidi.

Quindi l’aspetto regolare e regolatore del ritmo, quint’essenza del rito, diviene di per sé fattore terapeutico.

Nel rito è in gioco il corpo vivente (Leib), il quale è pensabile solo in termini relazionali, di interazione, pertando il rito comporta una dimensione relazionale, gruppale nel caso specifico. La dimensione gruppale/relazionale del rito, si colloca all’opposto del rituale ossessivo, dove una dimensione solipsistica prevale, riducendo il rito alla rappresentazione sensibile della psicopatologia sottostante.

Come scrive Bellia: il rito si pone a cerniera tra individuo e gruppo, tra la specie e la natura, tra il gruppo ed il mondo. Il rito costituisce la frontiera strutturale, strutturata e strutturante tra il noto e l’ignoto( l’isola che non c’è), tra il definito e l’indifferenziato, tra il confine ed il caos”.

Il racconto della fiaba

Dopo essere entrati in una dimensione altra rispetto al mondo esterno, i bambini vengono invitati a prendere posto sedendosi su dei cuscini colorati disposti a quadrato.

Questa fase comporta sempre, specialmente durante i primi incontri una certa difficoltà, come se la consapevolezza che si sta per passare al dunque si facesse più forte ed inevitabile se non a prezzo di una presa di posizione che in certi casi contempla anche la fuga concreta dalla stanza.

Il senso d’angoscia nel sapere di dover affrontare le proprie paure prima ancora che l’affrontarle realmente, è più che sufficiente a scatenare reazioni che vanno  dall’ evitamento allo spostamento, all’assunzione di atteggiamenti aggressivi nei confronti dei conduttori quasi a volerli annientare. Non sono rare le reazioni aggressive durante i tentativi di portare e/o mantenere seduti i bambini prima di iniziare il racconto della storia.

Il progetto prevede una rosa di fiabe pre-definita tra le quali i bambini possono/devono scegliere.

La scelta, compiuta con votazione a maggioranza con una conta, è nuovamente un momento complesso ed estremamente interessante; si scontrano qui in modo evidente i differenti momenti evolutivi che caratterizzano i singoli bambini, la realtà che stanno vivendo in quel  momento così come le caratteristiche di personalità.

La modalità di scelta fornisce anch’essa una buona dose di informazioni sul bambino: acccettazione dell’esito della votazione ovvero un’opposizione netta, l’accettazione con assicurazione di poter scegliere la volta successiva, la non accettazione e conseguente rifiuto (perlomeno dichiarato) di ascoltare per alcuni.

Le fiabe proposte quest’anno sono state le seguenti:

Cappuccetto rosso

Pollicino

Il gatto con gli stivali

Hansel e Gretel

I tre porcellini

La Sequenza delle fiabe utilizzate:

 

1 incontro: test di idoneità alla peartecipazione al gruppo. Non è stat utilzzata la fiaba.

2 incontro: I tre porcellini

3 incontro: Cappuccetto rosso

4: incontro: Hansel e Gretel

5 incontro: Pollicino

6 incontro: Hansel e Gretel

7 incontro: Il gatto con gli stivali

8 incontro: Inizio storie

 

La fiaba

Si è scelto di utilizzare la fiaba per la possibilità di avvicinare il mondo interno dei bambini che essa offre.  Essa può essere considerata come la rappresentazione delle dinamiche interiori del soggetto che la produce

L’origine delle fiabe è antica come il  mondo; basti pensare che prima dell’invenzione della scrittura la trasmissione dei racconti mitici avveniva oralmente e molte delle fiabe che oggi sono giunte a noi hanno numerose versioni, nessuna delle quali probabilmente è considerabile quella ufficiale, essendo la loro provenienza non sempre identificabile.

La caratteristica saliente della fiaba è che essa è intrisa di contenuti archetipici, pertanto comuni a tutti gli esseri umani a prescindere dalle culture, sebbene queste ne declinino poi le diverse versioni. Anche gli autori sono spesso ignoti a dimostrazione che la paternità di quasti racconti è di ben poca importanza, dal momento che il contenuto scaturisce dalle profondità dell’inconscio, quindi oltre i limiti soggettuali. Le tematiche affrontate nelle fiabe, quei racconti che a pieno titolo si possono chiamare tali, riflettono  tematiche generali, così come paure ancestrali che prescindono dalle culture di appartenenza.

Afferma Jung:

Gli stati più profondi della psiche perdono la loro univocità individuale man mano che scendono nell’oscurità. Più giù si scende, vale a dire più ci si avvicina ai sistemi funzionali neurovegetativi, più essi diventano collettivi, fino a universalizzarsi ed estinguersi nella materialità del corpo, cioè nelle sostanze chimiche. Il carbonio del corpo è semplicemente carbonio. Perciò in fondo alla psiche è semplicemente mondo.

E Marie-Luise Von Franz: “Le fiabe sono l’espressione più pura e semplice dei processi psichici dell’inconscio collettivo”.

A questo punto, desidero fare una riflessione.

Pur essendo pienamente d’accordo sulla “tenuta” della fiaba rispetto alle culture, ritengo importante non dimenticare che le culture ed i momenti storico-culturali, sono in grado di produrre delle storture nel racconto originale, attribuendo perlopiù carattere moralistico-religioso, ove possibile, al racconto, ad uso e consumo di una parte della società piuttosto che di un’altra. Con ciò voglio sottolineare che occorre tenere in considerazione che nessun racconto a mio avviso può essere totalmente scevro da riverberi culturali.

Quindi non soltanto sarà declinata diversamente se si tratta di un racconto africano o di uno europeo per via ad esempio delle diverse idee di crisi che esistono nelle due realtà( nella prima una crisi reale di sopravvivenza, nella seconda magari un desiderio, come cita Lafforgue, ma riflette  sia la weltanschaung sia, forse sopratutto, la morale dell’epoca e del luogo.

Basti pensare alla Fiaba di Cappuccetto Rosso; nella versione di Perrault, i riferimenti alla sessualità ed alla condanna morale sono facilmente evidenziabili. Infatti in quella versione, il lupo si mette a letto, dopo aver divorato la nonna, senza indossare i suoi vestiti ed aspetta CP. Quando la bambina arriva si spoglia e si mette a letto accanto al lupo che “ingenuamente” crede essere la nonna. Qui CP fa poi riferimento alle grandi gambe ed alle grandi braccia, insolite per essere della nonna. Nella versione dei fratelli Grimm, questi due riferimenti non ci sono e CP nota le orecchie, la bocca ed i denti.

Nell versione di Perrault inoltre, la fiaba termina con una breve poesia che in pratica è la morale della fiaba: le belle bambine non devono ascoltare gli sconosciuti, altrimenti poi…..

E’ evidente quindi come la cultura del momento o, al limite la cultura del singolo, possa cambiare il senso della storia, privandola del significato originale e saturandola con una serie di pre-giudizi.

Ciò detto, le reali invarianti della fiaba restano tali e nessuna cultura le può modificare, ma ciò personalmente mi suggerisce un utilizzo prudente delle fiabe in ambito terapeutico.

Ciò che farà la differenza sarà la modalità di raccontare, lo stile personale, la capacità di adattare la storia al contesto; non di stravolgerla nel contenuto seguendo ciecamente le proprie ansie o le proprie ambizioni, ma affidandosi al proprio inconscio, fare proprio il racconto, vivendo e condividendo le emozioni che esso suscita.

Durante il racconto, la voce, la prosodia cambiano e la causa di tali cambiamenti non è da imputarsi unicamente ai nostri vissuti, ma è il frutto dell’interazione di chi racconta e di chi ascolta. Ancora una volta è la relazione che determina in qualche misura l’andamento del racconto. Il feedback continuo che il narratore riceve durante il racconto, in termini di commenti, di espressioni facciali, di fughe o immobilità rappresenta un elemento fondamentale per riuscire a sintonizzarsi e stabilire quello che chiamiamo “ il patto narrativo”. La fiaba raccontata in questo modo, cattura chi l’ascolta al punto tale che le sue emozioni si possono legare  in modo inestricabile a quelle dei personaggi che abitano il racconto. Voglio ricordare che gli esseri umani sviluppano una teoria della mente, vale a dire la capacità di attribuire stati mentali ed intenzioni ad un’altra entità, a partire dai quattro o cinque anni di età.

Un altro importantissimo aspetto della fiaba è che i personaggi che essa propone e descrive sono univoci, pertanto non sono ambivalenti. Il bene ed il male coesistono nel racconto ma non all’interno della stessa persona, come invece accade nella realtà, e si incarnano nei diversi personaggi. A differenza di altri racconti per l’infanzia, qui non assistiamo a ravvedimenti o a pentimenti da parte del personaggio cattivo che quindi diventa buono o viceversa; Il lupo o la strega della fiabe sono ciò che sono, ed è proprio questa loro proprietà a permettere al bambino di proiettare su queste figure le proprie parti in modo chiaro. In altri termini la fiaba ipersemplifica il  mondo dividendolo in buoni e cattivi ed è proprio ciò che la rende comprensibile agli occhi del bambino.

Come dice Bruno Bettelheim a proposito dei personaggi delle fiabe:

 Tutti i personaggi sono tipici anziché unici”.

Nelle fiabe i problemi esistenziali vengono posti con chiarezza e semplicità permettendo al bambino di coglierli. Il cattivo non smette di fare il cattivo perché qualcuno lo punisce, egli però perde sempre, suggerendo al bambino che non conviene essere cattivi non perché si viene puniti, ma perché il protagonista (l’eroe) ha sorte decisamente migliore.

I temi narrativi ricorrenti,rivelano i nostri comuni desideri e bisogni.

Patrick Colm Hogan, professore di inglese e letteratura comparata all’università del Connecticut dice a proposito della narrazione: “comporta degli agenti che perseguano un fine e gli scopi più consueti sono in parte il risultato del modo in cui sono costituiti i nostri sistemi emotivi”.

 Questo a conferma che le storie rivelano qualcosa delle emozioni umane e del loro posto nella mente.

Hogan sostiene che sembrano esserci tre modelli narrativi: uno scenario romantico, che si concentra su prove e tribolazioni amorose; uno scenario eroico, che siconcentra sulla lotta per il potere; infine uno scenario che definisce  “sacrificale”,  che si concentra sull’abbondanza contrapposta alla carestia e sulla redenzione della società. Questi tre temi fondamentali sembrano essere sempre presenti a prescindere dalle culture e dalle epoche.



 

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